Attenzione a come Programmate i vostri Figli

Oggi tratterò un argomento a me molto caro ovvero la “programmazione” dei bambini, potrei/vorrei dire che sto scrivendo per i genitori di figli ancora piccoli ma penso possa incuriosire anche chi, come me, non ha figli e/o si occupa di educazione e strategie d’apprendimento.

Le considerazioni che farò di seguito sono frutto d’esperienza “sul campo” e studi di programmazione neurolinguistica, psicologia e ipnosi.

A tal proposito sconsiglio di prendere questo post come oro colato, il mio intento è di condividere con voi considerazioni personali che potrebbero esservi utili qualora fossero integrate con naturalezza nelle relazioni con i bambini e, come al solito, non entrerò troppo nei particolari, per agevolare anche i meno addentro a queste materie. Vi consiglio piuttosto di valutare ciò che scrivo ed applicarlo se lo ritenete opportuno o se vi ritrovate in uno o più dei punti che tratterò qui sotto.

Quando parlo di PNL la parola centrale “programmazione” spesso viene intesa come manipolazione, persuasione, condizionamento e forse tutto sommato potremmo anche spiegarla così, io però preferisco tradurla in “educazione”. Se consideriamo una qualsiasi interazione fra persone ci accorgiamo subito di come la comunicazione tenda a condizionare le nostre idee, a manipolarle e a persuaderci a fare questo o quello.

Mi spiego meglio con un esempio, la madre dice: “dai Pierino fai i compiti, così poi puoi andare a giocare!”

In questa semplice frase c’è una forte leva motivazionale (il gioco) e la volontà di persuadere Pierino a fare i compiti. C’è anche una forma di condizionamento se consideriamo l’equazione compiti = gioco e pensiamo che Pierino dopo diverse volte che ha ascoltato la frase della mamma, comincerà a vedere i compiti come un modo per accedere al gioco. Possiamo anche scorgere una manipolazione del termine “compiti” in “gioco”, quindi la manipolazione dell’atto di fare compiti nell’atto di giocare, benché sappiamo certamente che fare i compiti ha un altro scopo rispetto al gioco. Questo modo di relazionarsi ai figli per ottenere risultati, usare leve motivazionali e quant’altro, lo vediamo tutti i santi giorni, senza però saltare in piedi e gridare: “Hey, ma tu stati manipolando tuo figlio, lo stai condizionando e persuadendo!!!”

Piuttosto valutiamo questo comportamento pressoché normale nelle nostre famiglie, senza considerare tutto quello che stiamo facendo, spesso per educazione ricevuta a nostra volta dai nostri genitori…

Questo tipo di “programmazione”, benché sia fatto con il più nobile degli intenti, può anche risultare dannoso in certe occasioni e oggi vorrei parlarvi proprio di questo, cercando anche di darvi un po’ di consigli utili su cui riflettere per ottenere risultati più intensi da parte dei vostri figli. Voglio sottolineare però, prima di cominciare, che in PNL il termine programmazione significa anche molto altro rispetto a quello che ho scritto in questa breve introduzione ma per adesso voglio rendervela facile e, ripeto, trasformare questo termine in “educazione”.

 

Se siete lettori fissi del mio blog, ormai saprete che mi occupo di insegnamento e che lavoro con bambini, ragazzi e adulti nell’ambito artistico e perfomativo. Oggi mi dedicherò in particolar modo a considerare la fascia d’età compresa tra i 6 e i 10/12 anni, pur potendo estendere il concetto anche ai più grandi.

Quando a scuola conosco nuove famiglie, con i loro figli, mi bastano pochi minuti per comprendere quale sarà il lavoro che dovrò fare con l’allievo.

Ci sono segnali particolari che mi comunicano molte cose, all’insaputa dei genitori, e sopratutto mi fanno comprendere come i genitori stessi approcciano i figli e quali sono le strategie che adottano per insegnargli o, per meglio dire, educarli.

E’ proprio su questo punto che vorrei darvi dei consigli e svelarvi qualche trucco per non mettere i vostri figli in imbarazzo difronte ad una figura autorevole come può essere, ai loro occhi, un insegnante.

 

1- Evitate di spingere i figli: qualche genitore entra in classe spingendo il figlio davanti a se e “forzandolo” ad entrare per primo nella classe. Questo gesto inconsciamente forza il figlio a fare una naturale resistenza ad entrare, mentendolo sul “chi va là” nei confronti dell’insegnante e dell’ambiente stesso. Così facendo fa scattare nel nuovo allievo un senso di difesa (inconscio) nei confronti della nuova esperienza che sta per approcciare. Entrate voi per primi se vostro figlio non si precipita da solo dentro, non tutti i bambini sono uguali, qualcuno ha bisogno di vedere prima come si comporta il padre o la madre con l’insegnante. In altri termini, il bambino ha bisogno di un esempio di comportamento e di avvertire che l’ambiente a lui sconosciuto è sufficientemente protetto. Successivamente vostro figlio si sentirà a proprio agio nella classe e saprà come comportarsi, questo vale anche in altre occasioni della vita come per esempio le visite dal dottore o dal dentista.

 

2- Evitate di presentare vostro figlio: lasciate che il bambino si presenti da solo, che prenda tutto il tempo necessario all’interazione con la nuova figura che sta per conoscere. La figura dell’insegnante spesso è vista dai più piccoli come qualcuno con cui si “deve” stare attenti o controllati, questo nega molte delle interazioni emotive e creative che i più piccoli hanno naturalmente con i loro coetanei. Il consiglio di non presentare il bambino attraverso la voce del padre o della madre è una piccola strategia per rompere il ghiaccio e far esprimere al figlio il naturale disagio che ha quando incontra qualcuno di nuovo, oppure di far apparire quello che ritiene più opportuno in quel momento preciso.

Evitate quindi di cominciare la vostra relazione con un insegnante così: “Salve mi chiamo X e questo è mio figlio Y, lui vorrebbe imparare a suonare Z…”

Introducete piuttosto voi stessi in questo modo: “Salve mi chiamo X ed ho portato mio figlio perché potesse conoscerlo…” dopo di che lasciate vostro figlio interagire liberamente alle domande che l’insegnante porrà.

 

3- Evitate di forzare i bambini: le forzature, specialmente per quanto riguarda le materie artistiche, giocano un ruolo negativo facendo vivere il momento della lezione come una punizione. Mi sono capitati in classe bambini che avevano predisposizioni ed interessi verso  attività che non fossero la musica, dopo qualche lezione ho saputo direttamente da loro quanto fosse duro continuare a venire a lezione e continuare a farlo per non deludere i propri genitori e le loro aspettative. Vi ricordo che fino circa i 12 anni (in certi casi anche più grandi) 

i ragazzi hanno un attaccamento ai familiari molto importante che spesso viene sottovalutato. Alcuni di loro covano in segreto la paura della delusione dei genitori e farebbero di tutto pur di non vedere le facce scontente della mamma o del papà. Ho scoperto mio malgrado che le famiglie che forzano i propri figli a compiere un percorso musicale, pur non valutando le naturali predisposizioni o interessi del figlio, sono sovente composte da persone che nutrono forti rimpianti del passato e cercano di estinguerli con quella famosa frase “tutto quello che è mancato a me, non dovrà mancare a mio figlio”, sottovalutando le differenze importanti degli interessi di questi ultimi. Evitate di considerare i vostri figli dei piccoli “voi stessi”, dategli modo piuttosto di farsi conoscere per quello che sono e cercate di supportarli per quanto vi è possibile. Dopo tutto non penso di dire una banalità scrivendo che “siete contenti quando i vostri figli son contenti”, quindi occupatevi di conoscere quali sono le cose che li rendono veramente felici senza imporre niente forzatamente.

 

4- Fate comprendere il significato della responsabilità ai vostri figli: negli anni di insegnamento ho fatto esperienze tra le più disparate e le ho confrontate con i miei colleghi numerose volte. Ci siamo accorti che le famiglie più benestanti spesso non danno importanza a quello che fanno i propri figli in termini di sacrificio e responsabilità. Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma voglio dire che anche il denaro, e il lavoro che si fa per ottenerlo, assume un significato più blando nelle famiglie più abbienti e di conseguenza si corre il rischio di dare una minore importanza alle proprie attività e alle energie spese. Un buon approccio allo studio del figlio è dato anche dalla considerazione dell’impegno che la famiglia mette per sostenerlo, per qualcuno questo potrebbe voler dire appesantire il ragazzo di responsabilità, io trovo invece che fortifichi la propria convinzione in quello che si fa. Ripeto e sottolineo “non per tutti è così” diciamo però che è un buon punto di partenza quando sento dire ai genitori: “sii convinto di ciò che fai e decidi in autonomia, consapevole del fatto che “o fai questo o fai quello”, a te la scelta”. Una allievo convinto della propria scelta produce risultati assai più elevati rispetto a chi scalda il banco senza metterci del suo. La responsabilità delle proprie vittorie è importante almeno quanto la responsabilità delle proprie sconfitte.

 

5- Siate partecipi nelle vittorie e magnanimi nelle sconfitte: festeggiate con  i vostri figli tutti i loro successi, siate voi i primi loro fans, questo li aiuterà a comprendere il vostro legame con le loro passioni e fungerà da rinforzo positivo spingendoli a dare di più. Allo stesso modo, state vicino ai vostri figli durante le fasi meno produttive, cercando con loro gli insegnamenti nascosti di quel periodo della loro vita. Condividere con i vostri bambini le prime grandi vittorie li aiuterà anche a comprendere quanto importante sia l’unità nella famiglia e, quando saranno più grandi, non tarderanno a condividere con voi i momenti di gioia e a chiedere consiglio nei momenti di disagio.

 

6- Evitare assolutamente di parlare per loro: se davvero volete conoscere i vostri figli e fargli fare delle esperienze reali, evitate di rispondere o parlare per loro. Se qualcuno gli porge una domanda lasciate loro la possibilità di non rispondere o di prendere tempo. Trovo una forte mancanza di rispetto nei confronti dei bambini questa assurda voglia di incalzarli con le vostre parole. Non metto in dubbio che abbiate le più alte intenzioni, fatto sta che i loro pensieri passano comunque dalle LORO bocche e NON DALLE VOSTRE!

Evitate con cura anche di reimpostare le frasi che dicono, questo umilia il figlio e non lo fa sentire libero di esprimersi. Ho conosciuto troppi genitori che non facevano parlare i propri figli per paura delle cose che avrebbero potuto dire e spesso mi sono accorto che chi doveva nascondere qualcosa erano proprio i genitori e non i figli. Ovviamente riprendeteli con cura se mancano di rispetto o di educazione, ma evitate di interagire con i loro interlocutori come foste dei “traduttori di pensiero”. I bambini più preparati linguisticamente sono quelli che hanno dialoghi alla pari con i loro genitori fin dalla più tenere età.

Purtroppo mi capita troppo spesso di chiedere qualcosa ai miei piccoli allievi e di vedere immediatamente i loro occhi cercare la figura paterna o materna perché gli dica cosa rispondere. Questa abitudine è un grosso limite specialmente nelle materie artistiche in cui la propria creatività passa dall’intuizione, dall’emozione e dal sentimento e questi sono assolutamente personali. Cercate di comprendere che se vostro figlio sbaglia non fa fare brutta figura a voi, ha solo sbagliato e sta facendo l’ennesima esperienza nella vita, rendetelo responsabile di ciò che dice e imparerà in modo molto più fluido e rapido. Certe volte un sorriso alleggerisce di più di uno sbaglio evitato per mezzo dei genitori. Fategli capire come le cose che dicono si materializzano nella mente dei loro interlocutori e rendeteli responsabili di questo.

 

7- Evitate accuratamente i NON: spesso sento dire ai genitori molte più volte quello che i figli NON devono fare piuttosto che quello che devono/possono fare. Forse vi è comodo sapere che il NON è processato dal nostro cervello solo dopo che tutto il campo affermativo è passato in rassegna e divenuto rappresentazione. Mi spiego meglio con un esempio: se vi chiedo di non pensare ad uno stivale color prugna cosa pensate? Quello che succede è che il nostro cervello prima rappresenta lo “stivale color prugna” e poi ci mette una bella X sopra. Ora, se voi chiedete ai vostri figli di non dire parolacce, cosa passerà per primo come messaggio? Passerà “dire le parolacce” ed avrete ottenuto esattamente quello che NON volevate! Siate direttivi con le vostre richieste dite: “voglio che tu ti comporti così..” oppure “alzati in piedi” piuttosto che dirgli “non stare giù seduto”.

E se proprio volete utilizzare la forma negativa almeno sostituite il “non” con il termine “evita”.

Dite: “Evita di metterti le dita nel naso”  piuttosto che dire “non metterti le dita nel naso”.

I genitori a cui ho insegnato questo semplice esercizio linguistico mi ringraziano ogniqualvolta mi vedono ^_*

 

 

 

Bene, io oggi mi fermo qui, ricordandovi che questi semplici consigli che ho scritto sono appunto consigli, è vostra la responsabilità di adoperarli o meno.

Dopo tutto ci sono milioni di libri sulla psicologia della famiglia, sulla psicologia evolutiva, sull’educazione e io non ho la pretesa di aver apportato niente di massivamente nuovo.

Sottolineo ripetendomi, come ho detto nell’introduzione, che io personalmente non ho figli e che chiunque può pensare che abbia scritto questo post per questo motivo. In realtà sono tanti anni che lavoro con i bambini ed ho raccolto molte informazioni non solo su libri e dai colleghi più anziani bensì dalle mie innumerevoli esperienze in più di 15 anni.

Vorrei aggiungere che chiunque mi abbia conosciuto personalmente si è accorto subito di quanta predisposizione abbia a stare e trattare con i bambini, e che mi occupo anche di bambini portatori di handicap mentali e fisici. Ciò non significa che io abbia assolutamente ragione, ma ho abbastanza ragione di pensare che pur non avendo figli miei posso prendermi la responsabilità di dire quello che penso a riguardo di questo tema a me tanto caro.

Parlando quasi quotidianamente con genitori ho molto ben chiaro cosa significhi esserlo e cosa possa comportare in termini di energie, ma anche in termini di soddisfazione.

Mi auguro di avervi incuriosito e se leggerete anche solo un libro in più sull’argomento, dopo aver letto questo post, io ne sarò comunque lusingato e contento.

Spero di essere stato utile a qualche famiglia che ogni tanto si mette le mani nei capelli per quei terremoti che possono essere a volte i figli ^_^

Un abbraccio

Caru

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